Pochi personaggi hanno diviso tanto in vita, e in morte, come Margaret Thatcher nata Roberts, figlia di un droghiere diventata la prima donna a conquistare l’accesso al numero 10 di Downing Street nel 1979, mantenendo la premiership fino al 1990, anno del passo indietro in seguito a malumori interni al partito. Eletta per tre volte, ha guidato la Gran Bretagna nel tempo delle contestazioni sociali, degli scioperi, degli attentati dell’Ira. Sue sono le scelte impopolari dei tagli alla spesa, del braccio di ferro con i sindacati, della forza nelle relazioni interne e internazionali, con la risposta militare all’occupazione argentina delle isole Falkland nel 1982. Leader e anima dei conservatori, è stata la paladina del libero mercato, delle privatizzazioni, del rilancio dell’economia attraverso i tagli alla spesa e di un’opposizione radicale all’Unione europea. A farne un personaggio così controverso è stato il suo carattere, quel suo essere fortemente donna in un mondo di uomini. Tra le mille frasi passate alla storia, c’è la rivendicazione di una nuova consapevolezza tutta femminile: “Se in politica vuoi che qualcosa venga detto chiedi a un uomo, se vuoi che venga fatto chiedi a una donna”.
Mese: aprile 2013
Se Mozart sfida Maometto: condannati tweet ironici contro l’Islam

“Dopo il verdetto della corte sono triste per la mia nazione. Sono deluso per la libertà di stampa. Sono preoccupato più per lo stato della libertà di parola e di pensiero in Turchia che per la mia sentenza”. Così Fazıl Say, 43 anni, compositore turco definito dalla stampa tedesca “il nuovo Mozart”, ha commentato la sentenza di una corte di Istanbul che l’ha condannato a una pena di dieci mesi (sospesa) per “aver offeso i sentimenti religiosi di una parte della società”. La colpa di Say, ateo e oppositore del partito Akp di Erdogan – al governo da undici anni – è quella di aver ritwittato dal proprio profilo le parole del poeta persiano Umar Kayyam, che prendevano in giro il Paradiso musulmano, e di aver ironizzato sulla frettolosa chiamata alla preghiera di un muezzin (“Perché tanta fretta? Un’amante o il raki?” – tradizionale bevanda alcolica turca, ndr).
Mehmet Turgut, l’esplosione dei corpi tra buio e luce

Lo incontriamo in una affollatissima libreria di Ankara. Ragazzine in fila ridono e si avvicinano emozionate, chiedendo autografo e foto. Lui, più che un artista maledetto, sembra una rockstar attorniata da fan adoranti. Giacca di pelle, occhi neri e baffi alla Freddie Mercury, Mehmet Turgut presenta il suo primo libro, con gli scatti che l’hanno reso, a 35 anni, uno dei fotografi più in vista della Turchia. Originario di Ankara, Turgut vive oggi a Istanbul, città da cui trae continua ispirazione per il suo lavoro. Corpi umani, visi, espressioni, dosati in un attento equilibrio di buio e luce, sono i protagonisti delle sue foto. Dopo l’incontro dei fan e la firma dei libri, Turgut accetta di rispondere a qualche domanda, in maniera laconica e lapidaria – e forse anche questa è una cifra del suo stile.Continua a leggere…
Tuo frammentariamente, Georgie

Conosciutisi nel 1907, Pablo Picasso e Georges Braque iniziarono l’anno successivo una proficua collaborazione. Confrontarono i loro stili e a condussero, da due diversi punti di vista, uno studio sulla geometria, la pittura monocromatica e la rappresentazione di prospettive simultanee il cui esito fu, difatti, la nascita del Cubismo Analitico, che tanti seguaci e sviluppi ebbe successivamente.
Fra il 1909 e il 1910, Braque condusse alcuni studi pittorici su strumenti musicali, che trovava congeniali al suo stile. Dello studio di una mandola parla in una bella lettera scritta a sua madre e più volte recitata nei teatri britannici dal poeta, attore e cantautore inglese John Hegley, all’interno del suo show The adventures of Monsieur Robinet:
Il voto come l’amore: affidarsi all’altro in nome di un sogno

L’amore è probabilmente il luogo in cui ci disponiamo quando, sorpresi dall’abbandono della consapevolezza, non siamo più sottoposti alle nostre stesse remore e, diciamo, «amiamo incondizionatamente». Si tratta, sembra, di qualcosa che diventa molto diverso dall’attrazione erotica: non è tanto o soltanto una questione di andare oltre il desiderio sessuale ma, per quanto la sorgente dell’amore sia così spesso proprio quella voglia di possedere ed essere posseduti, l’assoluzione dalle condizioni è uno spazio nuovo dalle caratteristiche irriducibili ad analogie o modelli in scala ridotta. Si consideri, innanzitutto, che rispetto al ribollire delle membra generato dalla brama erotica, un fermento che non ci si può pentire di definire “rivoluzionario”, l’amore sembra assolutamente destinato a un atteggiamento conservatore, quando non reazionario. Questo non significa affatto che amare comporti una condizione più pacifica, meno perturbante; è vero semmai il contrario: abitare lo stato dell’assenza di dubbi porta il sangue a bruciare nelle vene con ancor maggiore intensità. Si prende infatti a badare, in ciascun istante e per ogni dove, alle minacce di cambiamento che vengono da fuori, da chi o cosa osi tentare di insinuarli, quei dubbi che sono chissà come scomparsi. Un’angoscia spesso inversamente proporzionale, peraltro, alla concreta esistenza di tali minacce.
Giornalisti fermati in Siria: quando la passione è più forte della paura

Quando senti la notizia “giornalisti rapiti o fermati” in qualche zona di guerra, la prima reazione è una specie di rifiuto. Del tipo: è successo ad altri, è una cosa lontana, non può succedere a me. Quando invece la notizia si avvicina, e in qualche modo ti tocca, l’effetto si amplifica e arriva con tutta la sua forza. È quello che ho provato quando ho sentito la notizia dei quattro italiani fermati in Siria, al telefono da un collega. Lo stesso collega con cui li avevo incontrati dieci giorni fa, la domenica di Pasqua, in quel crocevia di popoli e culture che è Antiochia. Noi di ritorno da un viaggio nel Sud est della Turchia, loro in partenza per il confine con la Siria, pronti a superarlo per realizzare un reportage sulla vita quotidiana nel Paese martoriato dalla guerra.
Diyarbakır, una chiesa armena simbolo delle minoranze

Nascosta, quasi protetta dagli stretti vicoli di Diyarbakır, capitale virtuale del Kurdistan turco, sorge la chiesa armena di Surp Giragos, recentemente ristrutturata e rimessa in funzione dopo decenni di abbandono. Risalente al XV secolo, la più importante chiesa armena del Medio Oriente fu parzialmente distrutta durante gli anni del genocidio armeno, nel 1915-16, e lasciata in rovina per quasi un secolo. La sua struttura era molto particolare: custodiva ben sette altari, mentre il tetto era ricoperto con terra proveniente dalla regione circostante. Negli anni ’60, il governo turco ha nuovamente affidato la chiesa alla comunità armena della città. I lavori per rimetterla a nuovo sono iniziati nel 2008, e la messa inaugurale – di portata storica – è stata celebrata nell’ottobre 2011. Il complesso oggi si apre ai visitatori che hanno la curiosità di bussare alla sua porta: ad accoglierli c’è un piccolo chiosco, con alle pareti pannelli che raccontano la storia di questo gioiello e diverse iscrizioni in armeno. Il restauro della chiesa è anche il segno di un Paese che cambia e prova a riconciliarsi con il proprio passato: proprio negli scorsi giorni Yervant Bostancı, musicista armeno in esilio volontario dal 1992, ha annunciato di voler tornare a Diyarbakır, sua città natale, accettando l’appello del sindaco della città e delle autorità turche al ritorno in patria delle minoranze.
Il figlio dell’altra: se uno scambio di culla può unire due popoli
Sono molti gli ingredienti suggestivi nella storia portata sul grande schermo da Lorraine Lévy, regista francese di origine ebraica: c’è il conflitto israelo-palestinese, il dramma familiare, l’incubo di ritrovarsi improvvisamente senza l’identità in cui si è cresciuti e ci si è formati – quell’insieme di legami, convenzioni, abitudini ed etichette che segnano il nostro cammino e senza i quali ci sentiremmo persi. Joseph e Yacine si ritrovano improvvisamente in questa condizione: israeliano, spensierato, protetto da una famiglia agiata il primo; palestinese, maturo e consapevole l’altro, mandato a studiare a Parigi fra mille sacrifici per tornare a fare il medico nella propria terra. Sogni e realtà differenti, quotidianità ritmate dalle consuetudini delle diverse comunità che vanno in frantumi quando Joseph, durante la visita di routine per il servizio militare, scopre che quelli con cui è cresciuto non sono i suoi genitori biologici.
