“In Other Words”: quando una lingua in prestito è una vita in più

Per Jhumpa Lahiri il concetto di “lingua madre” è difficile da definire e ogni lingua conosciuta è in realtà una lingua straniera. Di origini bengalesi ma cresciuta negli Stati Uniti, la scrittrice Premio Pulitzer dal 2015 scrive quasi esclusivamente in italiano. Il bengalese è per lei la lingua delle origini e degli affetti familiari, ma è anche una lingua in cui non sa leggere e nella quale non può esercitare una parte fondamentale della sua identità, quella di amante della parola scritta. L’inglese è la lingua in cui ha imparato a leggere e in cui ha scritto i libri per cui è diventata famosa, ma non è la lingua a cui ricorre in momenti di forte emotività: le prime parole che le vengono in mente in quei casi sono in bengalese. L’italiano è per Lahiri una lingua imparata per soddisfare un’ossessione e trasformatasi poi in una terza identità e in una nuova vita da scrittrice, ma è anche una lingua (e una cultura) da cui la separa una distanza difficile da colmare.

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Georgette Heyer, la scrittrice innamorata del passato

Brillante e irresistibile la prosa di Georgette Heyer: un vortice che ci risucchia nell’Inghilterra della Reggenza, in un mondo di lady da compiacere, marchesi resi sprezzanti dalla propria posizione sociale e madri invariabilmente occupate a trovare un buon partito per le figlie. Chi ama lo stile e l’ironia (irraggiungibili) di Jane Austen non può che sentirsi a casa nelle pagine di Frederica: il romanzo procede spedito con una spregiudicatezza nuova che l’autrice, figlia del Novecento, può permettersi senza troppi timori. I riferimenti a Austen, d’altronde, ci sono senza essere smaccati né insistiti: un accenno qui e là per riconoscersi tra appassionati. 

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Jenny Diski: le intuizioni e l’ironia di una saggista brillante

Jenny Diski era in grado di scrivere di qualsiasi argomento. Che si trattasse di un saggio autobiografico, di un romanzo, della recensione di una pubblicazione accademica o dell’ultima biografia di un esponente più o meno controverso della famiglia reale, la scrittrice britannica riusciva sempre a esporre le sue idee con distacco, profondità e ironia, con uno stile inconfondibile e con una concretezza che la teneva ancorata alla realtà e lontana dalle facili etichette. La realtà fluida e indefinita era il suo habitat naturale: analizzava tutto in prospettiva e disprezzava i giudizi categorici. Nel suo lavoro di scrittrice, non vedeva una netta differenza fra narrativa e saggistica: i suoi romanzi sono pieni di memorie di vita vissuta; nei saggi, il distacco critico convive con il marchio forte della sua personalità e della sua sincerità disarmante.

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“Dappertutto è la felicità”, amore e lotta nelle lettere di Rosa Luxemburg

A colpire è la schiettezza, la semplicità con cui chi scrive delinea pensieri politici e sentimenti. Non usa costruzioni ardite Rosa Luxemburg nelle lettere che indirizza a compagni di vita o di lotta. Il suo stile è lineare e chiaro, va dritto al cuore delle cose. Il volume Dappertutto è la felicità raccoglie alcune lettere scritte dalla rivoluzionaria polacca in un lungo arco di tempo: dal 1895 al 1919. L’ultima missiva data 11 gennaio: pochi giorni dopo Luxemburg sarebbe stata uccisa insieme a Karl Liebknecht a Berlino nella repressione della rivolta spartachista.

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“La morte in mano”, un’indagine sui segreti della mente

In un’intervista rilasciata a gennaio, quando il 2020 non si era ancora rivelato come l’anno della pandemia e parole come “lockdown” e “autoisolamento” non erano ancora di uso quotidiano, Ottessa Moshfegh scherzava sul fatto che il suo penultimo romanzo, Il mio anno di riposo e oblio, sembra aver goduto di un picco di vendite nei primi giorni dell’anno: “Sarà perché i lettori sperano che il 2020 sia il loro anno di riposo e relax?” (il titolo originale del libro è infatti My Year of Rest and Relaxation, più ironico e meno rivelatore rispetto alla traduzione italiana). Di certo la scrittrice americana non prevedeva che la protagonista del suo romanzo, nella sua decisione di isolarsi e “ibernarsi” per un anno in un sonno chimicamente indotto, avrebbe presto rievocato sensazioni familiari.

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“Donne e potere”, una relazione complicata

Il discorso pubblico delle donne: un tabù sin dalle origini della tradizione letteraria dell’Occidente. Proprio da quella tradizione parte Mary Beard, accademica del Newham College di Cambridge, per raccontare quanto profondi siano i condizionamenti che pesano sull’immagine pubblica femminile. Il suo “Donne e potere” si basa su due conferenze tenute nel 2014 e nel 2017 e si apre con il primo esempio di un uomo che mette a tacere una donna: Telemaco che si rivolge alla madre, Penelope, invitandola a uscire di scena. “La parola spetterà qui agli uomini – le dice il figlio – a tutti e a me soprattutto, che ho il potere qui in casa”.

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“Glass Town”, il regno fantastico dei giovani Brontë

Prima di Jane Eyre, Cime tempestose e Agnes Grey, e di certo meno conosciuti e celebrati, c’erano i regni fantastici di Glass Town, Angria e Gondal, frutto della fervida immaginazione infantile di Charlotte, Branwell, Emily e Anne Brontë. Dodici soldatini di legno ricevuti in dono dal padre diventano I Dodici, un esercito di conquistatori e fondatori prima della mitica Glass Town, poi del più esteso regno di Angria. Della saga di Angria, opera giovanile di Charlotte e Branwell, ci resta una una raccolta frammentaria di poesie, racconti e articoli di giornale immaginari; ben poco, invece, resta del successivo regno di Gondal, “fondato” da Emily e Anne nel 1831 (quando Anne ha solo 11 anni, Emily 13) in un moto di ribellione nei confronti dei fratelli maggiori.

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“Un’estate con la Strega dell’Ovest” per ritrovarsi nelle piccole cose

“La cosa più importante è la forza di volontà. La forza di decidere da soli, la forza di rispettare fino in fondo le proprie scelte”. È questo il requisito fondamentale per diventare una “strega”: un addestramento difficile che mette da parte gli incantesimi per concentrarsi sulla conoscenza interiore e sul controllo delle emozioni. A iniziare questo percorso di determinazione e scoperta è Mai, tredicenne inquieta che non vuole più andare a scuola e, su suggerimento della madre, si trasferisce per poco più di un mese in campagna dalla nonna: una donna inglese arrivata in Giappone da giovane e rimasta lì per amore.

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