“Nova”: la lotta eterna fra ragione e istinto

È necessario ammettere, a scapito di questa recensione e di tutto ciò che è stato scritto e detto su Nova di Fabio Bacà, che per godere appieno di questo romanzo bisogna accostarvisi senza saperne nulla. La lettura di Nova è infatti un viaggio imprevedibile e di continua scoperta, in cui i personaggi si fanno sempre più complessi e le tinte sempre più fosche, in un’evoluzione accompagnata da una modulazione sapiente del ritmo e del tono.

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“Spatriati”: partire o restare, alla ricerca di sé

In “Spatriati” Mario Desiati porta a termine un esperimento letterario interessante. Costruisce infatti un romanzo dai molteplici livelli di lettura a partire da una parola, quella che dà il titolo al libro, che nel dialetto di Martina Franca, terra d’origine sia dello scrittore che dei personaggi di cui racconta, assume diversi significati. Spatriète è chi abbandona i luoghi d’origine per cercare fortuna altrove, ma è anche, in un’accezione più negativa, chi non ha collocazione nel proprio gruppo sociale e non trova quella sistemazione definitiva che la mentalità di provincia richiede: una pecora nera, insomma. Infine, è “spatriata” una persona fuori dagli schemi, decisa a trovare la propria strada lontano dai percorsi precostituiti.

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“Punto di fuga”: lettere da un tempo sospeso

All’inizio un leggero spaesamento, poi ci si adegua al ritmo delle lettere: un continuo oscillare tra passato e presente, con la nostalgia che avvolge i pensieri e deforma la realtà. In Punto di fuga Mikhail Shishkin disegna le vite di due giovani innamorati, Volodja e Saška, attraverso le parole che i due si scambiano a distanza: lui manda resoconti dal fronte, lei bollettini di vita quotidiana da una città di provincia. Ma è un dialogo che non trova mai reale compimento: i destinatari sembrano sempre più lontani, ognuno intrappolato nel proprio mondo. Le lettere si accavallano senza aspettare una risposta, i piani temporali sono sfalsati: se gli scritti di Volodja si consumano nel tempo breve e feroce della guerra, quelli di Saška si dilatano a comprendere una vita intera, con i suoi dolori e le sue aspettative deluse.

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“Euforia”: se l’ossessione amorosa oscura il talento

È indiscutibile che il talento femminile ai tempi del patriarcato sia subordinato al giudizio sulla vita privata di chi lo possiede, e la figura di Sylvia Plath è l’epitome di questa realtà. La sua depressione cronica e la storia tormentata con Ted Hughes, sfociati nel suicidio a 31 anni, hanno preso il sopravvento, nei media e nell’immaginario collettivo, su un talento letterario che ha generato La campana di vetro e un’opera poetica degna del Pulitzer.

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“Un amore”, soffocare nella nebbia fitta dell’incomunicabilità

Uno dei meriti di “Un amore” di Sara Mesa è la capacità di disorientare. È un romanzo che fa trattenere il respiro, come succede davanti a un quadro di difficile interpretazione: i colori sono scuri, le figure nebulose, traspare un senso di inquietudine, ma chi guarda non riesce a superare l’incertezza, non saprebbe puntare il dito contro cosa (quale figura, quale tecnica) sia responsabile di quell’angoscia, di quel senso di chiusura asfittica. Sembra quasi che la nebbia dell’incomunicabilità, uno dei temi fondamentali del libro, traspiri dalle pagine e avvolga chi legge.

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“Primo Sangue”, le radici di Amélie Nothomb

Con un incipit che non può non ricordare Cent’anni di solitudine, Primo Sangue di Amélie Nothomb conquista già dalle prime righe. La scrittrice belga, icona della letteratura internazionale, nel suo trentesimo romanzo presta la propria voce al padre Patrick, scomparso all’inizio della pandemia, per raccontarne l’infanzia e la giovinezza in prima persona. E trovare così il modo di dirgli addio.

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Il “mondo bello” tra le pagine di Sally Rooney

La domanda è di quelle che ci siamo posti tutti, almeno una volta nella vita. Quando abbiamo dovuto abbandonare certezze e illusioni, quando la realtà ha fatto vacillare l’idea che avevamo di noi stessi. Va da sé che per i millennials che Sally Rooney torna a raccontare – cresciuti tra promesse infrante dalla precarietà economica e esistenziale – quella domanda rappresenti l’inquietudine di una generazione: “Dove sei, mondo bello”. È quel che si chiede la scrittrice irlandese, classe 1991, nel suo terzo romanzo.

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“Il corpo in cui sono nata”, elogio poetico della diversità

Il titolo di questo romanzo, scritto nel 2011 e appena uscito in Italia nella bella traduzione di Federica Niola, fa riferimento agli ultimi versi di Song di Allen Ginsberg, che fanno anche da epigrafe al libro: “Yes, yes / that’s what / I wanted, / I always wanted, / I always wanted, / to return / to the body / where I was born”. Per il poeta americano, il ritorno al corpo in cui era nato significava di fatto conoscere sé stesso: ritrovare la propria essenza, liberarla dalle costrizioni esterne e farne il proprio stile di vita.

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