“Mia e la voragine”: una moderna Alice nella Dolina delle meraviglie

Gli oggetti prendono vita nell’immaginario di Mia, che ha quasi undici anni e osserva il mondo con occhi acuti e ribelli. Trascorre controvoglia tutte le estati nel piccolo centro di Dolina e vive costantemente oscurata dalla luce di sua madre, pediatra stimatissima e votata al lavoro come a una missione. Da questa posizione periferica Mia lancia sguardi sghembi verso i piccoli pazienti di sua madre, gli altri bambini del paese, la “pazza di Dolina”. Nessuno di loro è semplicemente quel che è, tutti subiscono una trasformazione: nella sua mente diventano animaletti, uomini-bestia o donne-sirena. 

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Nobel per la letteratura ad Annie Ernaux, la chirurga della parola

L’esattezza della parola è il tratto distintivo della scrittura di Annie Ernaux: ogni frase è affilata, precisa, va dritta alla sostanza delle cose. Con il suo stile asciutto Ernaux, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura 2022, racconta eventi della propria storia personale sublimandoli in una dimensione collettiva. Dal rapporto con la propria famiglia al percorso di emancipazione femminile fino alla drammatica esperienza di un aborto clandestino, l’autrice francese trascende il piano personale: l’autobiografia si fa memoria e denuncia, diventando specchio del tempo.

Sul blog e sul nostro profilo Instagram ci siamo occupate più volte delle sue opere. Di seguito riproponiamo i libri che abbiamo amato e di cui abbiamo scritto:

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“Oh William!”, com’è oscuro il legame con gli altri

Parla dell’ex marito ma è un continuo parlare di sé, ripercorrere ricordi e traumi dell’infanzia, che irrompono come flash. In Oh William! torna Lucy Barton, protagonista di altri due romanzi di Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton e Tutto è possibile. Il centro della narrazione resta la famiglia: il filo aggrovigliato di affetto, frustrazione, intimità e non detto che lega le persone più vicine per caso o per scelta. Sarà poi davvero una scelta? “Quante volte capita alle persone di scegliere veramente?” – chiede pensieroso William, in un raro momento di apertura e confidenza, uno spiraglio in cui la comunicazione sembra possibile. O forse è la vita a spingerci verso gli altri e ad allontanarci da loro con la sua forza misteriosa, le sue indecifrabili ragioni.

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“E poi saremo salvi”: fuggire per sopravvivere, fermarsi per trovare pace

Lo strazio della guerra è una ferita che non guarisce, è il passato che riemerge dall’inconscio o da vecchi scatoloni custoditi in un seminterrato. Uno strappo che può rimanere sepolto a lungo, tenuto a bada, sopito; ma poi risale in superficie con il suo fardello di dolore e rimorso. È così per Aida, scappata a sei anni dalla Bosnia incendiata dall’odio etnico e approdata in un’Italia sconosciuta: una nuova terra in cui trovare casa, nella speranza di poter tornare un domani in patria. 

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“Randagi”, le ferite del diventare adulti

Tra i finalisti del Premio Strega di quest’anno alcuni temi sembrano essere ricorrenti: il cambiamento, la ricerca di identità, l’affermazione di sé contro il peso di una generazione precedente i cui valori sono ormai al tramonto ma non sembrano mollare la presa sul presente. Come gli “Spatriati” di Mario Desiati, i “Randagi” di Marco Amerighi abbracciano la vita, ciascuno a proprio modo, per trovarne il senso. È una lotta che spesso implica la fuga e il tentativo più o meno riuscito di sradicarsi dai luoghi d’origine per ricominciare a crescere, più liberi, da qualche altra parte. È un processo segnato sempre dal rifiuto di un retaggio ingombrante, fatto di aspettative, schemi, sentieri già tracciati che impediscono di vivere pienamente.

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“Quel maledetto Vronskij”: la felicità e la disperazione dell’amore

Per Giovanni la felicità è un concetto semplice: una donna con cui condivide la vita da sempre e un lavoro come tipografo che considera una vocazione. Non desidera altro, si muove nella quotidianità sentendosi perfettamente a proprio agio e grato. Ma – come ricorda lui stesso – “la felicità è una cosa sottile, che se la chiami con il suo nome scompare”. E in effetti scompare all’improvviso quando sua moglie Giulia fa le valigie e va via lasciando dietro di sé solo poche parole: “Perdonami, sono stanca. Non mi cercare”.

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“Niente di vero”, o forse no

“La maggior parte dei ricordi ci abbandona senza che nemmeno ce ne accorgiamo; per quanto riguarda i restanti, siamo noi a rifilarli di nascosto, a spacciarli in giro, a promuoverli con zelo, venditori porta a porta, imbonitori in cerca di qualcuno da abbindolare che si abboni alla nostra storia. Scontata, a metà prezzo. 
La memoria per me è come il gioco dei dadi che facevo da piccola, si tratta solo di decidere se sia inutile o truccato”. 

Non ci sarà “Niente di (completamente) vero”, forse, nei ricordi che tra queste pagine si susseguono come flashback, ma sicuramente c’è molto di Vero(nica) Raimo. Che in questo romanzo riscrive la propria storia, personale e familiare, la propria “formazione” artistica e sentimentale, partendo da una paradossale consapevolezza:

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“Nina sull’argine”, il cantiere come fucina di cambiamenti

È oggettivamente difficile far appassionare lettori e lettrici alle vicende di un cantiere. Veronica Galletta ci prova intrecciando gli avanzamenti nei lavori di costruzione di un argine – siamo nell’immaginaria località di Spina, Pianura Padana – ai cambiamenti nella vita di Caterina (Nina), ingegnera siciliana ormai lontana dall’isola da così tanto tempo da non riuscire più a chiamarla “casa”. Alle prese con nuove responsabilità che le piovono addosso sul lavoro, lasciata improvvisamente dal fidanzato, Nina si trova a ricostruire sé stessa dopo aver perso i vecchi punti di riferimento.

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