L’uomo dietro l’atleta: in memoria di Pietro Mennea

fotomenneaL’ho incontrato un anno e mezzo fa: seguivo per un giornale una manifestazione in provincia di Milano, una marcia di bambini per sensibilizzare la cittadinanza a un uso responsabile dell’acqua. Atmosfera da festa di paese con sindaco, discorsi e buffet; Pietro Mennea era l’ospite d’onore. L’ho incontrato prima della corsa, in una sala un po’ in disparte. Spesso gli intervistati si fanno rincorrere mentre scivolano altrove, ti fanno parlare con un addetto stampa o non ti fanno parlare proprio. Lui invece ha alzato la testa mentre firmava cartoline, mi ha indicato con la mano la poltrona accanto e si è presentato. Lui – Pietro Mennea, record mondiale nel ’79 e oro olimpico a Mosca ’80 – si è presentato a me.

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Newroz, il capodanno curdo porta una nuova primavera

newroz“È il tempo della politica, non delle armi”: con queste parole pronunciate nel giorno del capodanno curdo, Abdullah Öcalan, leader del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) apre al dialogo con il governo di Ankara, rinunciando alle armi nella causa del popolo curdo. Il Newroz, festeggiato dalla popolazione curda con danze popolari, musiche tradizionali e vesti colorate, ha assunto quest’anno una valenza simbolica senza precedenti: durante le celebrazioni a Diyarbakir, nel Sud est del Paese, due deputati del Bdp (partito per la pace e la democrazia), hanno letto in curdo e in turco il messaggio di Apo (soprannome di Öcalan), in carcere dal 1999 sull’isola di Imrali nel mar di Marmara, dove sconta l’ergastolo. Öcalan ha annunciato la tregua immediata, invitando i circa tremila guerriglieri curdi presenti sul territorio turco a lasciare il Paese, ritirandosi nel Kurdistan iracheno.

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La farsa del clown maldestro nel circo della politica

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En tierra de circo – particolare (© Alejandro Arrepol)

Quando uno spettacolo circense finisce fuori controllo e l’insofferenza del pubblico l’ha ormai condannato all’insuccesso, «Fate entrare i clown» è l’ultima speranza. E i clown entrarono. C’è un protagonista tra i clown, il clown maldestro, che casca e ruzzola, un pasticcione che combina una gaffe dietro l’altra, l’Augusto. Nella tradizione circense, l’Augusto è il movimento irrazionale che turba il controllo del clown Bianco. Questo razionale, elegante, raffinato; quello goffo, incapace e incontrollabile. Lo spettacolo non si può reggere soltanto sul clown Bianco. La sua perfezione è troppo. Irreprensibile, non può eccitare il riso, sentimento dell’ordine della compassione. Il meccanismo comico scatta grazie alle buffonate dell’Augusto, e al modo in cui costringe la ragione del Bianco a rincorrerlo, affannarsi, scardinarsi. L’esasperazione di questo modello scatena la risata e il bacchettone Bianco – che rappresenta il genitore, l’insegnante, il prete, in una parola: la Legge – provoca il godimento dello spettatore già solo là dove viene costantemente frustrato ed ecceduto dall’Augusto.

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Mani in alto! Il mondo festeggia la felicità

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Oggi, 20 marzo 2013, il mondo festeggia la I Giornata Internazionale della Felicità.
Indetta dall’ONU lo scorso anno su votazione unanime dei 193 Stati membri, questa ricorrenza ha lo scopo di segnalare ai governi la necessità di considerare il livello medio di felicità dei cittadini misura di crescita del benessere delle nazioni, come e più del PIL.
L’idea nasce nel piccolo stato asiatico del Buthan, dove sin dal 1972 si misura la Felicità Interna Lorda (GNH, Gross National Happiness) della nazione, un indice basato su quattro pilastri fondamentali (sviluppo economico equamente distribuito in tutte le fasce di popolazione, rispetto per l’ambiente, diffusione della cultura e buon governo) e sulla convinzione che la capacità produttiva non possa, da sola, stabilire il grado di benessere di una nazione e che la scienza economica debba iniziare a considerare l’uomo nella sua dimensione reale e quotidiana.Continua a leggere…

Mio padre e mio figlio, com’è difficile quell’amore tra uomini

babamoglumCi sono poche cose incontrollabili come i rapporti umani: il movimento spontaneo con cui si intrecciano amori, relazioni, amicizie va di pari passo con la facilità con cui si spezzano, in modi a volte inspiegabili e irrazionali. Basta un attimo, uno sguardo storto, una parola fuori posto, un gesto di rabbia per far crollare tutto e innalzare un muro di incomprensioni, un vuoto difficile da colmare. È in questa crepa dolorosa e profonda che si insinua Mio padre e mio figlio, film turco ambientato negli anni successivi al colpo di stato militare del 1980. La grande storia resta solo sullo sfondo: è un’eco che esalta la microstoria di una famiglia tradizionale spaccata dalla fuga del figlio che non vuole seguire la strada dei padri e lascia la provincia per Istanbul, inseguendo una carriera giornalistica che sa di ideali e anarchia.

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Anıtkabir, il tempio di un uomo diventato mito

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(© CB)

Il suo sguardo magnetico e fiero emerge dalle pareti di ogni edificio della capitale, sia esso un negozio, una casa, un complesso pubblico. Quello che lega la Turchia al suo padre fondatore, Mustafa Kemal Atatürk, è un amore al limite del culto, una devozione che non si incrina a più di 70 anni dalla sua morte. Fu proprio il primo Parlamento della Turchia moderna, fondata nel 1923, a donargli il nome Atatürk – padre dei turchi – quando fu varata la legge che introduceva l’uso dei cognomi nello stato di famiglia. Lui è stato l’ispiratore della guerra d’indipendenza, delle riforme laiche, della lingua moderna con l’introduzione dell’alfabeto latino. Tutte misure per avvicinarsi a quell’Occidente cui la Turchia, ponte naturale fra mondi e culture diverse, ha sempre guardato con un misto di interesse e diffidenza.
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Palazzo Winchester, quel limbo di perdizione nel cuore di Londra

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(© ML)

Questo bel rosone, che si staglia solitario in mezzo a due noti fast food, si trova a Southwark, Londra, a sud del Tamigi. È tutto ciò che rimane del Palazzo Winchester, costruito nel XII secolo come residenza londinese dei potenti vescovi di Winchester da uno di loro, Henry of Blois, che visse nel palazzo sino alla morte, avvenuta nel 1171. Uomo colto e ambizioso, Henry of Blois cercò in tutti i modi di diventare Arcivescovo di Canterbury (la figura più potente nella gerarchia ecclesiastica inglese). Non ci riuscì, ma fece di meglio: nel maggio del 1139, sotto il regno di suo fratello Stephen, divenne legato papale, assumendo un ruolo e un rango addirittura superiori a quelli dell’Arcivescovo stesso. È ricordato anche per la sua passione sconfinata per l’architettura e, soprattutto, per la letteratura: fu autore ma anche mecenate di diversi scrittori; patrocinò la realizzazione della Bibbia di Winchester, una delle più pregiate Bibbie illustrate mai prodotte, e del Salterio di Winchester, oggi conservato e in esposizione alla British Library.
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«There was a time when I really did love books…»

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Nel Novembre del 1936, George Orwell pubblicò su The Forthnightly Review un articolo in cui rievocava la sua esperienza di assistente part-time in un negozio di libri usati di Hampstead, Londra. L’articolo si intitolava Bookshop memories.
Il grande scrittore e saggista britannico sfatava qualsiasi visione romantica della vita da libraio: la maggioranza dei frequentatori di librerie è costituita da donne in cerca di regali per i nipoti e dalle idee poco chiare; da clienti che cercano un libro letto nel 1897 e di cui non ricordano autore né titolo né trama; di studenti alla ricerca del libro di testo meno costoso; di paranoici che ordinano pile di volumi che non andranno mai a ritirare. Solo chi lavora in libreria tocca con mano il decadimento del gusto dei lettori: i romanzi gialli e rosa vincono su Priestley, Hemingway, Walpole e Wodehouse, mentre si vendono come il pane orribili libri per bambini: così orribili, dice Orwell, che ben volentieri regalerebbe ad un bambino il Satyricon di Petronio piuttosto che Peter Pan.
Di certo, conclude, il mestiere di librario non fa per lui, in primo luogo perché non è salutare: le librerie sono fredde di inverno, sempre terribilmente polverose, e i tagli di testa dei libri sono inspiegabilmente il luogo dove gli insetti preferiscono andare a morire. Poi per un altro, più importante motivo: lavorare in libreria ha spento in lui l’amore per i libri. La vista di carte antiche e di distese infinite di volumi, che prima lo emozionava, ora non ha più alcun effetto su di lui. Perché è associata ai clienti paranoici, alla polvere, e ai cadaveri di insetti.