“La figlia unica”: gli infiniti volti della maternità

Volendo descrivere questo libro con una sola frase, si potrebbe dire che La figlia unica di Guadalupe Nettel è un inno alla vita. Intrecciando tre storie piene di dolore umano, Nettel celebra quel flusso incontenibile del vivere che le persone testardamente cercano di limitare e orientare e da cui inevitabilmente restano travolte e trasformate in esseri più consapevoli, più saggi.

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La scrittura di Dostoevskij secondo Paolo Nori: una ferita che “sanguina ancora” e brucia di vita

C’è scritto “romanzo” sulla copertina di Sanguina ancora di Paolo Nori, nonostante si tratti di un libro che palpita di vita vera. Nori alterna episodi della straordinaria biografia di Fëdor Michajlovič Dostoevskij a frammenti del suo quotidiano di studioso, traduttore, appassionato di letteratura russa, e lo fa con uno stile leggero e l’umorismo gioioso di chi vuole trasmettere un sentimento viscerale per uno scrittore da cui in troppi si sentono intimiditi.

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“Se l’acqua ride”, il vecchio mondo travolto dalla modernità

Un mondo che scompare, portato via dalla corrente. Quella in cui si muove il piccolo Ganbeto è una realtà in repentina trasformazione, fatta di antichi riti e mestieri che cedono il passo al nuovo. In casa arrivano il bagno e la televisione, l’italiano si fa strada scalzando il dialetto, il paese cambia condannando all’oblio consuetudini che sembravano eterne. Eppure il tempo sembra concedere una sospensione a bordo del burcio, l’imbarcazione usata per il trasporto delle merci sui canali e sui fiumi della Pianura Padana. Sul burcio di nonno Caronte, la “Teresina”, Ganbeto trascorre un’estate mitica, di crescita e scoperta, maturando la convinzione che “non avrebbe mai fatto altro nella vita: il barcaro era l’arte per la quale sentiva di essere nato”. 

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“La felicità degli altri”: il realismo magico di Carmen Pellegrino

La felicità degli altri è il racconto della lenta e non definitiva elaborazione del dolore che Clotilde porta con sé dagli anni dell’infanzia.  La protagonista deve il suo nome a quello di una zia che non ha mai amato: per questo, e per il suo inappagato bisogno di fuga dal passato e la infruttuosa ricerca di se stessa, nel corso della storia lo cambierà in Cloe, poi in Anais ed Esoluna. Cambi di identità e di collocazione affettiva e geografica che raccontano un personaggio evasivo, che si rifugia nelle ombre dei non detti e fugge dalla menzogna che la sua mente –  rimasta in parte bambina – ha elaborato, e sulla quale ha costruito un’identità fragile e ostile.

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“I sepolti vivi”: la dignità del lavoro manuale in una cronaca di cinquant’anni fa

Uno dei punti di forza della produzione di Gianni Rodari, a oltre cento anni dalla sua nascita, risiede nella sua capacità di essere ancora terreno fertile per molteplici forme espressive. È quanto accade con I sepolti vivi, storia a fumetti illustrata da Silvia Rocchi da un’idea dello storico Ciro Saltarelli, che prende vita da un articolo scritto da Rodari nel 1952 per la rivista Vie nuove, quando l’autore di Omegna era ancora un giovane dirigente di partito, vicinissimo ai principi del PCI ma con un pensiero critico autonomo, impegnato a dar voce agli ultimi attraverso il suo strumento di lotta privilegiato: la scrittura. 

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